Speranza I di Gustav Klimt


Nel primo decennio del Novecento, il più importante esponente dell’Art Nouveau si cimenta nella raffigurazione della Speranza.

Nel 1903 Gustav Klimt sveste l’immagine tradizionale e crea la Speranza I come una donna nuda, in avanzato stato di gravidanza, dando scandalo per una condizione quasi mai rappresentata nell’arte. Alta ed esile, lattiginosa, con il ventre prominente, la Speranza mostra un’espressione ingenua e dubbiosa sul volto che si volge verso lo spettatore. Rappresentata in modo realistico, la donna esibisce la sua sensualità attraverso la chioma e il pube fulvi, incarnando sia la Madre sia la femme fatale, esplicitando un dualismo archetipico in voga al tempo.

Gustav Klimt (1862–1918), La Speranza I, 1903, olio su tela, 181×67 cm, Ottawa, National Gallery of Canada

Come spesso accade nelle immagini di Klimt, Eros e Thanatos s’intrecciano, al pari della coroncina di fiori che dal capo della Speranza prosegue sul capo della vicina sagoma nera, un grosso mostro, identificato come un rettile. Il mostro sembra fluttuare in uno spazio indefinito blu, oro e rosso, e mostra la propria ostilità con l’esibizione degli artigli vicino al margine della tela.

In alto, con uno schema già sperimentato nella parete dedicata alle forze oscure nel Fregio di Beethoven, trovano posto i “demoni della vita”, una serie di teste demoniache angoscianti, aguzze e smagrite, deformate e funeree che, dal punto di vista stilistico, preannunciano le distorsioni dell’Espressionismo tedesco. Tra queste funeste figure, spicca un teschio minaccioso, posto proprio sopra alla testa della Speranza, quasi a volerle mordere il capo.

Si nota una violenta contrapposizione tra il naturalismo e la delicatezza del nudo della Speranza e l’aspetto orrifico e caricaturale dei “demoni della vita”. Viene messa in scena una visione dualistica tra Bene e Male, allusione al ciclo della Vita e della Morte, tramite un’alternanza stilistica tra naturalismo e astrazione, con l’intento di accrescere il senso di sconcerto e d’incertezza nei confronti di un evento generalmente considerato positivo come la nascita. Il senso angoscioso della vita viene affidato ai “demoni della vita” che rappresentano il mondo ostile che il nascituro dovrà affrontare, una volta nato, una volta abbandonato il protettivo e consolatorio grembo materno.

Speranza I, innovativa per l’esibizione della gravidanza accompagnata da un’atmosfera funerea, suscitò decise perplessità: fu intimato di non esporla alla mostra personale dell’artista di quell’anno e il proprietario, il mecenate Fritz Wärndorfer, la tenne ben nascosta nella propria collezione, chiusa entro una teca. In questo dipinto Klimt illustra l’angoscia per una nuova vita vissuta come il simbolo di una speranza universale contro le insidie del mondo.

Gustav Klimt (Baumgarten, 14 luglio 1862 – Vienna, 6 febbraio 1918), La Speranza I, 1903, olio su tela, 181×67 cm, Ottawa, National Gallery of Canada

Tratto dall’articolo nell’Aula di lettere di Zanichelli “Le metamorfosi della Speranza, dal sacro al profano”


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