Vincent mi ha raccontato tutto delle sue donne. Durante le nostre bevute di gin,
durante i suoi sogni agitati, o mentre fumavamo una sigaretta rintanati sotto la
logora coperta accanto al fuoco.
Ora che mi ha lasciata, la mia gelosia si è macerata nel ricostruire il mosaico dei
suoi amori. Avevo bisogno di trovare il mio posto, dato che anch’io mi riconoscevo come un tassello nel vasto dramma delle sue avventure.
Quando era vissuto a Londra, si era innamorato di una certa Ursula Loyer, vita stretta e altezzoso cappellino in testa, com’è ritratta nella sua carte de visite. Era stato respinto in modo lapidario:
“Sei troppo povero, troppo giovane, troppo brutto” gli aveva gridato in faccia quella signorina che mirava a ben più altolocati pretendenti.
Deluso dalla vita, Vincent era tornato a Etten, in seno alla sua famiglia, smagrito,
emaciato e depresso. Con le cure della madre si era rimesso in salute, mangiava, e
dopo qualche tempo aveva riaperto ingenuamente il cuore alla speranza d’amore.
In quel periodo, la famiglia Van Gogh ospitava la cugina Kee e il suo bambino di
quattro anni. Per svagarsi, incuriositi dal comportamento eccentrico di quel cugino strambo, ogni tanto lei e il piccolo accompagnavano Vincent a dipingere nelle campagne circostanti.

Mi ha fatto vedere una sua fotografia. Non un disegno, una fotografia.
Kee era rimasta vedova troppo presto per la sua giovane età e forse per questo portava in volto un’espressione assente, che le donava un’aria di nobiltà. Non era molto aggraziata quindi, probabilmente, Vincent si era fatto l’idea che quella donna non potesse aspirare a risposarsi con un marito bello magari dotato di una solida posizione.
Mosso da un ingenuo trasporto misto a una certa dose di spavalderia, Vincent se ne era innamorato. In quella giovane austera e rigida aveva visto la moglie giusta per diventare un tranquillo borghese.
Il mio Vincent non era mai stato un tipo da lasciarsi scoraggiare dalle imprese ardite. A suo modo era impavido, incosciente per tutto il resto del mondo.
Convinto di poter dare un futuro sereno a quel piccolo orfano che tanta tenerezza
gli suscitava nel cuore, una sera Vincent, mani stropicciate e volto euforico, si era
dichiarato.
Quale ardire! La cugina Kee, inorridita, lo aveva respinto con un secco:
“No, mai”.
La collera le aveva trasfigurato il volto. La furia si era impossessata di lei, che si era sentita oltraggiata da quella proposta:
“Come ti sei permesso d’insultarmi così: non hai né arte né parte, di te si parla sempre come “dello scemo del villaggio”. Disegni in modo mediocre e vivi a spese di tuo fratello Theo. Affidarti mio figlio??? Se avessi avuto un lavoro, una casa, una prospettiva, allora avrei potuto non far caso a tutti i tuoi difetti e alla ripugnanza che mi procuri quando ti guardo.”
Poche altre parole erano volate. Vincent era rimasto muto, travolto da tutto quel veleno.
Quella litigata, per lei, era stata la goccia che aveva fatto traboccare il vaso della
sopportazione. Forte di quel risentimento, era tornata in fretta e furia dai genitori e Vincent era rimasto ad annegare in un tormento senza tregua.
Aveva atteso qualche settimana, ma non era riuscito a dimenticarla. Trascorso quel tempo si era presentato alla sua porta.
Le urla e gli strepiti dello zio prete non lo hanno intimorito.
Vincent voleva solo vedere la sua amata Kee, parlarle senza pretese, ma lei, piena di paura, si era negata, rintanandosi nella stanza al secondo piano. Allora, per
mostrare tutta la sua determinazione, e far capire a tutti che non se ne sarebbe
mai andato, Vincent ha messo la mano sul fuoco della lampada che sopra al tavolo serviva a rischiarare tutta la stanza ed è rimasto lì… a farsi bruciare la mano mentre il viso si contorceva in smorfie di dolore, senza recedere dal suo monolitico intento.
Nel trambusto generale, mentre l’odore nauseabondo di bruciato si diffondeva nel salotto, gli zii erano riusciti a spegnere la lampada e, per nulla preoccupati della sua ustione, lo avevano cacciato fuori di casa.
Nei mesi della nostra convivenza, quando gli prendevo la mano, sentivo sotto le
dita quella ferita e ricordavo a me stessa l’insania dell’amore.
Quella stessa sera Vincent era andato per la prima volta a puttane.

Dopo un po’ di tempo, Vincent aveva dimenticato le sue delusioni e aveva ricominciato a dipingere. Contadini affaticati e artigiani al telaio erano i suoi soggetti preferiti, opere che nessuno voleva e che non gli fruttavano alcun reddito. Il suo voler diventare a tutti i costi un artista era fonte di discordie in seno alla sua famiglia.
Dopo l’ennesima litigata, Vincent si era trasferito all’Aja.
Lì, un lontano parente, Anton Mauve, che era un pittore di qualche notorietà, gli
aveva regalato una scatola di colori, che a Vincent era sembrata una miniera d’oro da far fruttare.
In una sera qualsiasi quando sono entrata in un bar dell’Aja, sono entrata anche
nella sua vita. C’è una legge dell’attrazione che permette certi incontri. Due reietti, due senza casta, sempre ai margini, senza regole.
Ci siamo piaciuti subito. Io ero lì, in quella notte fredda di mezzo inverno a procacciarmi un cliente e invece ho incontrato Vincent Van Gogh.
Gli ho raccontato tutto, come si fa tra compagni di bevute.
Per pietà o per somiglianza, mi ha preso in casa con lui. Io, la mia bambina e il figlio d’ignoto che portavo in grembo, eravamo una famiglia di emarginati perfetta e pronta per esser la sua. Non mi ha mai biasimata per il lavoro da lavandaia nei casini, e per gli extra che guadagnavo con i clienti molto ubriachi.
Mi ha preso in casa con lui, sfidando il perbenismo di tutta la sua famiglia.
Per lui le prostitute non sono maledette e disprezzabili, rifiuti della società. Sono
persone. Anime che non trovano pace e non trovano un posto nel mondo a causa
della loro stranezza. Amiche, sorelle. Non solo oggetti da usare e gettare via.
Mentre iniziava la guerra a suon di ricatti con i suoi genitori, io vedevo una nuova
sciagura profilarsi all’orizzonte, perché lui dipendeva totalmente da quella famiglia conservatrice e bigotta.

Vincent ha resistito e nei primi mesi di quel conflitto mi ha difesa. Scriveva che
voleva vivere a modo suo, che voleva sposarmi e voleva crescere il mio bambino
come suo.
Theo, nelle sue lettere, mi aveva insultato con parole lapidarie:
“Non è una donna che si possa sposare, aiutala ma non la sposare. Spezzerai il cuore a nostro padre. Ti farà dichiarare incapace di intendere, si farà dare la tua tutela… E poi è anche cattolica!”

Il mio Vincent, sempre passionale, sulle prime gli ha risposto per le rime:
“Vada al diavolo chiunque voglia ostacolarmi. Non sono un criminale, sono libero di sposarmi, sono libero di vestirmi da operaio, e voglio anche vivere da operaio”.
Solo io lo capivo e al culmine delle nostre disperazioni, gli ho fatto una promessa:
“Lo so che non hai soldi, ma se stai con me sopporterò qualunque cosa”.
Theo irremovibile, aveva insistito. E aveva proferito l’ultimatum più meschino: non
avrebbe più mandato un soldo.
Quel denaro era tutto per Vincent!
Era più di qualsiasi donna, dell’amore, della sua stessa vita. Quel denaro gli per
metteva di dipingere in serenità, senza pensare a trovarsi un lavoro normale e gli
lasciava il tempo di cercare la sua strada verso l’arte.
Da un giorno all’altro, Vincent mi ha lasciata.
Prima ero la sua musa, la sua modella, la sua famiglia, e poi, d’un tratto, si è trasferito a Drenthe, nel nord dell’Olanda. È scappato in campagna, con i suoi colori e con il mensile che gli passava Theo, lasciandomi all’Aja con i miei due figli e mia madre.
Perché se c’era da scegliere tra comprare matite o pane, Vincent comprava sempre le matite.
La tragica fine di quell’amore malato mi avrebbe dovuto far supporre come si sarebbe conclusa la mia vita. Avrei dovuto immaginare che sarei stata trovata morta in un canale, qualche anno dopo!
Cosa aveva trovato in me Vincent? Ho il viso affilato della faina, una fronte rugosa, un naso stretto a narici alate, la bocca sdentata. Siamo stati due infelice che portavano insieme una stessa croce. Quel che è insopportabile da soli, diventava sopportabile in due.
Di cosa sono grata alla vita? Di poco, di nulla… certamente di un disegno.
Vincent mi ha ritratto rannicchiata e abbattuta, spigolosa di magrezza e rinsecchita dalla vita. In quel disegno famoso il mio nome è Dolore, ma con fierezza quell’opera ricorda che io sono Sien Hoornik, la prostituta cattolica modella e amante di Vincent Van Gogh.

Vincent van Gogh (Zundert, 30 marzo 1853 – Auvers-sur-Oise, 29 luglio 1890), Dolore, (Sorrow), 1882
Racconto pubblicato nella raccolta del XIX concorso letterario STORIE DI DONNE, anno 2024, Comune di Arco, Assessorato alla Cultura – Biblioteca “Bruno Emmert”, premio speciale San Pancrazio.
