Dopo gli esordi accademici, Giovanni Segantini (Arco, 15 gennaio 1858 – Monte Schafberg, 28 settembre 1899) aderisce entusiasticamente al divisionismo italiano, la corrente che si collocava come contigua alle esperienze francesi del pointillisme.
Conquistata una buona notorietà, negli anni ’80 si stabilisce in Svizzera e inizia il suo rapporto privilegiato con la montagna. Diventa il massimo esponente del movimento e uno dei pittori che rappresenta la dimensione grandiosa della Natura nella visione lirica della montagna. Rispetto a questo tema, Segantini s’inserisce nella tradizione artistica di riproduzione delle Alpi dei pittori romantici tedeschi e dei pittori alpinisti di tutta Europa, ma rinnova il tema con la tecnica divisionista che rende l’atmosfera rarefatta e densa di simbolismo.

Per partecipare all’Esposizione Universale di Parigi del 1900, nel 1897 Segantini progetta il grandioso Panorama dell’Engadina, un’opera imponente d’impianto illusionistico: un padiglione circolare in cui i dipinti dovevano essere disposti su teloni girevoli ed erano affiancati da esempi di fauna e flora dei luoghi montani, per far sperimentare ai visitatori un’esperienza sinestetica del mondo alpino.
Fallito questo primo faraonico progetto, Segantini propone un progetto più contenuto che intende celebrare la località di Saint Moritz, e chiede il sostegno economico agli albergatori della zona. Anche questo secondo progetto però naufraga sempre per i costi impegnativi. Così Segantini, che non voleva perdere l’appuntamento con l’EXPO, rielabora i materiali già realizzati ripensandoli in forma di un importante polittico allegorico della Natura, rimasto anch’esso incompiuto per la morte dell’artista.
Oltre ai tre dipinti maggiori, a illustrare il progetto rimangono i disegni di presentazione dell’opera alla Commissione dell’Expo. L’impianto volutamente arcaico del polittico, che si ispirava sia alle opere romantiche tedesche sia l’estetica dello Jugendstil, instaurava un dialogo tra i dipinti maggiori e le lunette allegoriche in chiave simbolica.
I tre teleri principali ritraggono l’alta Engadina e svolgono ognuno una propria funzione nel racconto mistico e solenne della Natura, che illustra il ciclo vitale umano e il ritmo alterno delle stagioni.

Il dipinto La vita, che esalta la maternità della donna e il ruolo della madre terra immersa nella luce del tramonto primaverile, è ambientato a Pian Lutero guardando verso Soglio.
Il telero de La natura racconta una lenta processione di armenti sul finire di una giornata d’autunno, inquadrando l’ampio Piano del Morteratsch.
Infine il dipinto de La morte lascia spazio all’intera catena montuosa sopra Majola nel momento dell’alba in una nevosa giornata d’inverno, mentre a destra un gruppo di donne vestite a lutto pregano e attendono il tempo delle esequie nei pressi di un casolare. Nei tre dipinti la tessitura dei colori è resa dai filamenti di colore; l’intensità dei vari momenti del giorno e delle stagioni è resa dalla luce e dall’atmosfera calda e fredda assieme, e inducono lo spettatore a una visione panteistica della Natura.

È interessante ricordare il metodo di lavoro di Segantini. La realizzazione delle sue opere avveniva esclusivamente all’aperto, perché l’artista lo considerava l’unico modo per appropriarsi di un luogo in modo totale, fisico e spirituale. Lavorava in condizioni anche avverse, sulla tela protetta da una sorta di cavalletto a scatola, che permetteva di richiuderla e proteggerla dalle intemperie nei lunghi tempi intermedi tra una seduta e l’altra.

Dipingendo Il trittico della Natura, Segantini muore nella sua baita sul ghiacciaio dello Schafberg nel 1899.
Di fronte a quest’opera, concepita come un canto delle forze della vita e della morte, Segantini scriveva in una lettera senza data a un amico inglese:
“riuscirò io a rendere l’eterno significato dello spirito delle cose, saprò dare alla natura che dipingo quella luce che dona vita al colore, e che illumina e dà aria alle lontananze e rende infinito il cielo? Saprò io congiungere idealità della natura con i simboli che l’anima nostra rivela?”
Questo testo è stato pubblicato nel settembre 2019 sul portale Zanichelli
