Nell’Ottocento la rappresentazione della natura incontaminata viene declinata secondo diverse sensibilità, illustrate qui con tre esempi: dalla foresta di Fontainebleau di Corot alle Alpi svizzere di Segantini, passando attraverso le cascate del Niagara e la Wilderness americana.
“Più sensibile è l’anima di chi contempla, più questi si abbandona all’estasi suscitata in lui da tale armonia della natura. Una fantasticheria dolce e profonda s’impadronisce allora dei suoi sensi, ed egli si smarrisce, in uno stato di deliziosa ebbrezza, nell’immensità di questo bell’ordine, con cui si immedesima. Tutti i singoli oggetti gli sfuggono, ed egli non vede e non sente che il tutto.” (J. J. Rousseau, Fantasticherie di un passeggiatore solitario, 1782)
In questa riflessione il filosofo svizzero illustra il proprio rapporto, intimo e creativo, con la Natura “naturale”: con un sentimento di partecipazione alla primigenia creazione, egli si sente parte di un tutto e si fa interprete della nascente sensibilità romantica.
Nel XVIII e XIX secolo, in Europa come negli Stati Uniti, si assiste a un crescente interesse per la Natura incontaminata, che diventa uno dei temi più trattati e rappresentati nei diversi media: i dipinti e le stampe assecondano il gusto dei collezionisti d’arte; la letteratura periegetica e le guide turistiche assecondano la moda aristocratica dei tour.
In ambito artistico, sin dal Rinascimento, vigeva una netta distinzione tra la rappresentazione del paesaggio inteso come campagna antropizzata e addomesticata dall’uomo, e la rappresentazione della natura selvaggia e incontaminata.
Nell’Ottocento quest’ultima viene declinata secondo diverse sensibilità, che vengono illustrate con tre casi molto diversi che si scalano lungo tutto il secolo.
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