Vincent Van Gogh. Note di una vita breve e memorabile.


Pochi altri pittori hanno una biografia così avvincente e conosciuta come quella di Vincent Van Gogh (fig. 1). E questo grazie alla messe di lettere che Vincent, come consuetudine nell’Ottocento, scriveva agli amici, al fratello Theodorus (fig.2 ) e alla sorella Wilhelmina, provvidenzialmente raccolte e conservate dalla cognata Johanna, fatto che ha permesso di far conoscere al mondo, giorno per giorno, i pensieri dell’artista.

Fig. 1 Vincent Van Gogh – Fig. 2 Theo Van Gogh

Vincent Van Gogh nasce il 30 marzo del 1853 nel villaggio olandese di Groot Zunder, in una famiglia severa e non agiata ma colta, come poteva esserlo quella di un rigido pastore protestante. Se leggiamo in chiave psicanalitica la sua esistenza, un anno prima, il 30 marzo del 1852, la madre Anna aveva dato alla luce un bambino, a cui aveva dato lo stesso nome, che però era morto subito dopo la nascita e probabilmente durante tutta la sua infanzia Van Gogh patisce la cosiddetta “sindrome del sopravvissuto” e sconta il suo peccato andando al cimitero a deporre fiori su una tomba che porta il suo stesso nome.
Trascorre l’infanzia nel Brabante olandese, una regione situata ai confini con il Belgio, dove il paesaggio è intriso di toni di grigi e di terre che diventeranno la cifra del suo primo stile. Si dimostra un ragazzo curioso delle cose della natura e nell’animo coltiva la ricerca della semplicità. La sua sensibilità, di certo particolarmente acuta, gli fa avvertire la sacralità delle piccole cose quotidiane.

L’uomo prima dell’artista

Non era così scontato che Vincent Van Gogh diventasse un pittore. Anzi. Nella sua famiglia le professioni tradizionalmente ammesse erano predicatore o mercante d’arte. A 16 anni circa, grazie all’interessamento di uno zio, entra come dipendente nella filiale dell’Aja della famosa Maison d’arte Goupil. Questo lavoro gli permette un’ampia formazione artistica, poiché diventa esperto di litografie, acqueforti, dipinti e stampe giapponesi.
In questo modo acquisisce il suo notevole bagaglio artistico e critico, che sfrutterà in seguito. Entra in contatto con la cosiddetta Scuola dell’Aja, un’associazione di pittori che dipingeva la vita dei contadini in chiave moraleggiante e che influenzerà notevolmente il primo periodo di Van Gogh artista. Dall’Aja si sposta nel 1873 alla filiale della Maison Goupil di Londra. La metropoli inglese si spalanca sotto i suoi occhi come in uno dei romanzi di Charles Dickens, autore che amava molto. E intanto il nostro mercante d’arte continua la sua formazione artistica, passando le domeniche nei musei londinesi.
Nel 1875 è impiegato alla filiale di Parigi, e qui ha la possibilità di visitare una mostra retrospettiva sul pittore che più di ogni altro lo avrebbe influenzato, Jean Francois Millet (fig. 3), noto per il celebre dipinto Il Seminatore (fig. 4).

Fig. 3 Jean Francois Millet - Fig. 4 Il Seminatore

Abbandonando i soggetti di storia, Millet proponeva un rapporto stretto tra arte e natura, esplorando con occhi nuovi il mondo dei contadini. La sua pittura è vestita di una moralità e di un sentimento che ne fanno un riferimento importante per chi voglia avvicinarsi al realismo e alla maestosa nobiltà del quotidiano. Van Gogh considererà per tutta la vita Millet quasi un padre, un sicuro mentore. A causa del suo carattere insofferente e burbero la vita lavorativa del giovane Van Gogh è tutt’altro che pacifica: viene licenziato dalla Maison Goupil. Temporaneamente viene assunto da una libreria come commesso e nel contempo, assecondando la dimensione pietistica e solidale del suo animo, matura in lui la vocazione religiosa. Questa professione è ben vista dalla famiglia, che vede la possibilità di proseguire la missione del padre e dei suoi antenati nel lavoro del primogenito. Comincia a frequentare una scuola di teologia protestante ad Amsterdam, ma presto comprende che gli studi eruditi non sono nelle sue corde. È maggiormente attratto dalla vita devota e umile piuttosto che dal percorso teologico. Il soggiorno ad Amsterdam gli permette di approfondire, in ambito artistico, la conoscenza dell’opera di Rembrandt.
Il cammino come predicatore si fa impervio ma Vincent non demorde: anche se non superagli esami, viene ammesso come praticante in un paesino vicino a Bruxelles, e nel 1878 si reca nel Borinage, una delle regioni minerarie tra le più povere e miserabili del Belgio, dove lavora come predicatore e, con eccesso di zelo, eccede il suo ruolo: devolve in beneficenza il salario, mangia pochissimo, si copre a malapena, va a predicare nella miniera. La sua fede gli fa condividere con i minatori tutte le sofferenze e i disagi di una vita grama, senza pensare al decoro richiesto dal suo ruolo, né tantomeno alla propria incolumità, fisica e psichica. Disapprovato dalla famiglia, per questi comportamenti viene denunciato alle autorità e viene rifiutato il suo accesso alla gerarchia ecclesiastica. Infine nel 1880 sbarca a Bruxelles con l’intento di diventare pittore. La vita di uno dei più famosi artisti della contemporaneità si dispiega soltanto in 10 anni, una decade intensissima, densa di lavoro senza gratificazione, di rapporti epistolari che illuminano i quadri, i disegni e le relazioni di Vincent.

Il periodo olandese

Fig. 5 ritratto di Sien – Fig. 6 Tessitore


In questi primi anni ’80 soggiorna a Bruxelles, all’Aja e poi torna nel nord del Brabante. E inizia la vera e propria pratica artistica: esegue studi di anatomia e si dedica alla pratica del disegno. Sperimenta tutte le tecniche e comincia realizzare schizzi ispirati dalle illustrazioni delle riviste inglesi, riprende alcuni motivi del Borinage. Le fonti di riferimento per i soggetti sono molteplici e l’attenzione alla società e alle piaghe sociali rimane una costante. Nel frattempo le sue avventure sentimentali sono quasi sempre relazioni fallimentari e dolorose, che spesso assumono i caratteri del dramma e della tragedia. Nessuna ha un lieto fine, e ci rimane un elenco di nomi di donne da cui è stato respinto o con cui ha intrattenuto relazioni burrascose, come nel caso della prostituta Sien (fig. 5) con cui ha convissuto per un periodo all’Aja.
Quando Vincent rappresenta I tessitori (fig. 6), esalta una produzione tradizionale del Brabante che risale al Cinquecento, e li immortala ritraendo i imponenti telai di quercia illuminati dalla luce delle lampade, esaltando il rapporto tra l’uomo e la macchina. Declina il tema del lavoro in tutti i suoi aspetti.

Fig. 7 Contadina che raccoglie il frumento

Nei bellissimi disegni, come quello della Contadina che raccoglie il frumento (fig. 7), le donne vengono riprese in pose e modi assolutamente naturali, dimostrando piena coscienza della rivoluzione del suo stile. Scrive “dipingere le contadine in azione, ecco, lo ripeto, […] è essenzialmente moderno.” Questi grandi disegni, che esaltano il lavoro femminile intriso di una fatica sacra, dovevano servire a una serie di stampe che, come tutti i progetti dell’artista, non furono mai realizzate.

Fig. 8 I mangiatori di patate

In questi anni Vincent vive con la famiglia, nella canonica di Nuenen, e tra liti e rappacificazioni, le situazioni si ricompongono con la morte del padre nel 1885, anno in cui Vincent dipinge I mangiatori di patate (fig. 8). Il dipinto, considerato il suo capolavoro del periodo olandese, è lungamente meditato, per il quale ha realizzato numerosi studi e ritratti dei singoli protagonisti. Il quadro, tutto giocato su impasti di marrone, verde e giallo, riprende la grande tradizione del Seicento olandese di Rembrandt e Frans Hals, e mostra l’intensa pietà di Van Gogh verso queste popolazioni che lavoravano sino allo sfiancamento per poche patate bollite. Il magro pasto che questi sventurati consumano all’interno della misera casa eleva l’indigenza e l’abbruttimento a nobiltà, così che nella rozzezza dei loro tratti nodosi e bitorzoluti come le patate che mangiano, essi diventano delle icone di modernità.

Fig. 9 Agostina Segatori – Fig. 10 Vaso con garofani

Il soggiorno a Parigi

Nel 1886 Vincent si riavvicina al fratello Theo e si trasferisce a Parigi, condividendo l’appartamento per circa due anni, prima nel quartiere di Pigalle, poi a Montmartre. La città offre innumerevoli opportunità per un artista. Van Gogh s’iscrive all’atelier del pittore Fernand Cormon e, grazie anche alle conoscenze del fratello nel campo dell’arte, entra in contatto con Henry de Toulouse Lautrec, Camille Pissarro, Paul Gauguin e Emile Bernard. Con loro passa le serate a discutere d’arte al Café Tambourin, la cui proprietaria, Agostina Segatori (fig. 9), è una ex modella con cui intreccerà una relazione.
Nella Parigi degli impressionisti e di puntinisti, Van Gogh scopre il colore, un nuovo modo di dipingere ispirato profondamente dalle nuove teorie cromatiche e rilegge con interesse maestri precedenti come il romantico Eugène Delacroix. Comincia ad esercitarsi con nature morte di fiori, come il Vaso con garofani (fig. 10), ispirato ai dipinti di Alphonse Monticelli, un pittore oggi noto grazie all’ammirazione che gli tributava Van Gogh.

Fig. 11 Moulin de la Galette - Fig. 12 Interno di un ristorante

Non frequenta assiduamente il gruppo degli impressionisti, tuttavia ne subisce il fascino e lentamente ne assorbe i valori formali. Come loro sceglie di dipingere en-plain-air, e ritrarre le vedute di Parigi, come si vede nel Moulin de la Galette (fig. 11) dedicandosi a ritrarre Montmartre nel pieno fermento della vita diurna, documentando il momento storico in cui la zona si stava trasformando nel quartiere dei divertimenti, facendo riadattare i vecchi mulini di campagna in sale da ballo.
Si avvicina ai giovani puntinisti, Georges Seurat e Paul Signac, e sperimenta questa nuova tecnica, come si può vedere nella tela Interno di un ristorante (fig. 12), in cui la sua pittura si fa estremamente frammentaria.
A Parigi si accende la sua fascinazione per il Giappone, in un momento in cui tutta la città è conquistata dalle stampe e dagli oggetti che arrivano da quel lontano Oriente che aveva appena aperto le frontiere, determinando un’invasione pacifica e febbrile in ogni campo della vita – culturale, sociale, artistico – una febbre che va sotto il nome di giapponismo.
Van Gogh è uno degli artistiche maggiormente ne risentono: passa dall’uso decorativo delle stampe negli sfondi, come nel ritratto del negoziante di colori detto Père Tanguy (fig. 13), all’analisi profonda dei principi dell’arte giapponese, che interiorizzerà nei punti di vista insoliti e nelle composizioni defilate.

Fig. 13 Père Tanguy

Dopo due anni, la frenesia della metropoli, con le sue lusinghe e le sue opportunità, ha minato l’equilibrio di Van Gogh, che decide di trasferirsi in un ambiente più tranquillo, più adatto alla sua ipersensibilità e al suo stato di disagio.

I colori della Provenza

Per ritrovare una vita più sana, meno stressante, senza distrazioni, e lusingato dall’idea di dar vita a un ‘”Atelier del Sud“, una sorta di confraternita di artisti simile a quelle orientali, nel 1888 Vincent si trasferisce ad Arles, affitta e arreda la famosa Casa gialla, e comincia ad esplorare i dintorni creando dipinti indimenticabili.

Fig. 14 Il ponte di Langlois


Realizza alcune versioni de Il ponte di Langlois (fig. 14), dove ritrae la vita delle lavandaie in pieno soleo qualche placido passante solitario che transita sul ponte mobile; cammina per i campi e dipinge le vedute di Arles con gli iris, fiori dal vago sapore orientale, contrapponendo colori squillanti come gialli blu e viola, e esaltandosi nella primavera provenzale; soggiorna una settimana a Saintes-Maries-de-la-Mer (fig.15) e ritrae la veduta della cittadina e della chiesa fortificata, resa con le tonalità compatte degli ocra e mattone, contrapposta alla campagna circostante con i filari di lavanda blu violetti, con tocchi rapidi e veloci.

Fig. 15 Saintes-Maries-de-la-Mer


Esegue numerosi ritratti. Più di venti sono quelli dedicati alla famiglia Roulin, tra cui spiccano il Postino Joseph Roulin (fig. 16) messo in posa in uniforme per fa risaltare la sua imponenza, e sua moglie, La berceuse (fig. 17), che dondola la culla contro un variopinto sfondo floreale. È in Provenza che Vincent esplora tutte le potenzialità del colore puro e la sua tavolozza diventa libera, squillante e senza paragoni.

Fig. 16 Il Postino Joseph Roulin - Fig. 17 La berceuse

Il soggiorno di Arles è tristemente noto per il sodalizio con Paul Gauguin. I due si erano conosciuti a Parigi e Van Gogh coltivava una smisurata ammirazione verso quell’artista che aveva vissuto avventure inimmaginabili nei mari tropicali e che esprimeva una pittura completamente diversa dalla sua. Dopo molte resistenze, Gauguin decide di trasferirsi nella Casa gialla, dall’ottobre al dicembre del 1888.
La convivenza tra i due artisti, poco inclini a mediare le proprie posizioni stilistiche e con caratteri indocili, si fa subito accesa sui temi e le tecniche della pittura. Così le discussioni sono all’ordine del giorno. Alla fine dell’ennesimo alterco, il 23 dicembre 1888 Gauguin decide di allontanarsi, e passa la notte in albergo, con l’intento di partire l’indomani mattina. Nel frattempo, pentito della discussione, Van Gogh si taglia un pezzo dell’orecchio destro e lo porta in dono ad una prostituta, quale estrema esternazione del proprio disagio mentale. Anche questo episodio cruento è registrato in modo spietato in uno dei vari autoritratti con l’orecchio bendato (fig.18).

Fig. 18 Autoritratto con l’orecchio bendato

Gli ultimi anni: da Saint-Rémy a Auvers-sur-Oise.

Durante la convalescenza dopo l’affaire Gauguin, Van Gogh dimostra una presa di coscienza molto lucida del proprio disagio mentale e delle sue condizioni psico-fisiche, e accetta di farsi ricoverare nell’ospedale di Saint-Paul de Mausole, appena fuori Saint-Rémy, dove rimane per un anno, fino alla primavera del 1890.

Di quale malattia soffriva Van Gogh? Nell’Ottocento la diagnosi più usata per i disturbi comportamentali era schizofrenia, diagnosi confermata da K. Jaspers nel 1922. Considerati i sintomi, Van Gogh poteva soffrire di epilessia o di depressione, ma anche degli effetti collaterali della sifilide, o forse poteva presentare un quadro clinico ancor più complesso, con una combinazione di diverse patologie.

Nel manicomio Vincent disponeva di una camera e anche di un piccolo atelier.

Fig. 19 Giardino del manicomio – Fig. 20 Pini al tramonto

Gli era concesso di condurre una vita da “paziente esterno”: poteva dipingere nel Giardino del manicomio (fig. 19), oppure nei dintorni. In questo periodo nascono i quadri che ritraggono gli ulivi sferzati dal Maestrale, i Pini al tramonto (fig. 20) contro il cielo allagato dal giallo del sole, o le fattorie con sullo sfondo le azzurre e aspre rocce delle Alpilles.
E in una notte luminosa dipinge en-plein-air la famosa Notte stellata (fig. 21).

Fig. 21 Notte stellata

Tuttavia quando si manifestavano crisi o ricadute, veniva confinato nella sua camera. Anche in questi momenti però non cessa mai di dipingere. E in mancanza di modelli reali, Van Gogh ricopia composizioni di altri artisti, come Delacroix o Millet, oppure mette in pittura alcuni suoi vecchi disegni.

Figg. 22 e 23 Vecchio che soffre (disegno e dipinto)


È questo il caso del Vecchio che soffre (fig. 22 e fig.23), che ricorda un’illustrazione del romanzo Hard Times di C. Dickens, e anche de I due Vangatori (fig.24 e fig. 25), ripresi a loro volta da una stampa di J. F. Millet.
I disegni sono datati agli inizi degli anni Ottanta, mentre i dipinti sono realizzati nell’ultimo anno della sua vita, con i colori sgargianti e la pennellata libera che aveva maturato a quel tempo.

Figg. 24-24 I vangatori (disegno e dipinto)


Van Gogh esce dal manicomio di Saint-Paul de Mausole nel maggio del 1890. Il direttore, il dottor Peyron, sul foglio di dimissioni scrisse, forse troppo fiduciosamente: guarito.

Fig. 26 Dottor Gachet

Su consiglio di Theo, costantemente preoccupato per la sua salute, Van Gogh si trasferisce a Auvers-sur-Oise, un villaggio poco distante da Parigi, per farsi curare dal Dottor Gachet (fig. 26), un medico che si era specializzato nelle malattie nervose e noto negli ambienti dell’arte perché aveva aiutato con l’omeopatia anche Pissarro, Renoir, Cézanne. La capigliatura biondo rossiccia gli aveva valso il nomignolo di “dottor Zafferano”.
Van Gogh vive qui l’ultimo suo periodo, lavorando febbrilmente. Si reca a dipingere, in solitudine, con il sole e con la pioggia.
Si immerge nel paesaggio ritraendo il Campo di grano con corvi (fig. 27), e le distese del Campo di papaveri tra i trifogli (fig. 28).

Fig. 27 Campo di grano con corvi

La sua condizione mentale però non migliora, anzi, si aggrava perché si aggiunge la preoccupazione che il fratello, che versa in cattive condizioni economiche, non possa più provvedere al suo sostentamento.
Il 27 luglio 1890 Va Gogh esce a dipingere e porta con sé una pistola, con il pretesto di scacciare i corvi dai campi di grano, invece si ferisce mortalmente all’addome. Dopo due giorni di agonia, assistito dal fratello giunto da Parigi, Vincent Van Gogh muore. Straziato da questa perdita, sei mesi più tardi, morirà anche Theo.
Incalcolabile è l’influenza dello stile di Vincent Van Gogh su tutti i movimenti delle avanguardie del Novecento; acclamato come uno dei più grandi maestri dell’arte, nelle vendite all’asta, le sue opere sono tra quelle che raggiungono sempre quotazioni iperboliche; eppure in tutta la sua vita non aveva ricevuto che qualche timido e isolato apprezzamento.

Fig. 28 Campo di papaveri tra i trifogli


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L’articolo è stato pubblicato in occasione della mostra nella Basilica palladiana di Vicenza, “Van Gogh il cielo e il grano del 2017”, sulla rivista Discover Vicenza. La grande bellezza, Dicembre 2017, pp. 30-36


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