Peggy Guggenheim, la signora delle Avanguardie – bio


Leonessa di Venezia, ultima dogaressa, leggendaria Peggy, ape regina, Zarina, mangiatrice d’uomini, ultima nomade intellettuale tra i due mondi,  ultima eroina transatlantica di Henry James, eccentrica signora di cagnolini. 
Solo elencando tutti gli epiteti con cui di volta in volta i giornali, narrando le avventure, gli scandali, e le imprese, hanno etichettato la figura di Peggy Guggenheim, veniamo catapultati in un universo scintillante di autentica originalità. 


All’origine dell’epopea di questa storia vi è la tragica morte del padre Benjamin nel naufragio del Titanic. La giovane Peggy eredita così una parte dell’impero di famiglia, fondato sull’estrazione e la lavorazione dei metalli, e proprio questa fortuna immensa le consente di vivere in modo splendido e senza preoccupazioni finanziarie nel periodo tra le due guerre.
Affetta dal nomadismo elitario tipico della sua generazione, la giovane ereditiera americana sbarca in Europa nel 1920-21 per vivere pienamente e intensamente la dimensione dello spleen, quella meditativa malinconia che in questo periodo è condivisa da tutti i personaggi che intendono vivere una vita indimenticabile. La sua vita privata è sempre al centro delle cronache. Anche dopo aver sposato Laurence Vail, un artista da cui avrà due figli, esibisce storie d’amore e passioni spregiudicate come solo le donne indipendenti, “virili”, volitive e ricchissime di quegli anni si potevano permettere. 

Diventa l’emblema di una donna sopra le righe, senza bisogno delle righe.
Quando si stabilisce a Londra, nel 1938, apre una galleria d’arte, la Gugghenheim Jeune, che diventa subito fucina di nuovi incontri, un luogo di ritrovo per affermati artisti delle avanguardie e i nuovi talenti emergenti. Conosce, frequenta e sostiene artisti come Marchel Duchamp, Wassilji Kandinsky, Yves Tanguy, Constantin Brancusi, Alexander Calder, Herny Moore e Hans Arp, solo per citarne alcuni. 
Esercitando i privilegi che la sua ricchezza le consente, diventa committente di nuovi artisti che giudica promettenti: istituisce la magnanima abitudine di offrir loro gli spazi della galleria per le mostre temporanee e, in segno di fiducia e benevolenza, acquista un’opera per ciascun artista che espone nella sua galleria, a titolo di incoraggiamento.

Così ha inizio la sua straordinaria avventura con l’arte contemporanea: grazie a lungimiranti consigli dello scrittore e commediografo irlandese Samuel Beckett (1906-1989), e degli artisti Max Ernst (che diverrà anche suo secondo marito) e Marcel Duchamp, assommata a una predilezione inconsueta verso le novità e le tendenze artistiche più autentiche, Peggy comincia a creare una delle collezioni più importanti del tempo, spaziando dal Surrealismo all’Espressionismo astratto. L’arte contemporanea, però, in quel momento sta vivendo un periodo turbolento. 


Dal 1937 infatti la mostra Entartete kunst, allestita in un primo momento a Monaco di Baviera, era divenuta itinerante, toccando undici città della Germania e dell’Austria e aveva riscosso un successo di pubblico fino ad allora mai registrato. L’intento del regime nazista era quello di condizionare l’opinione pubblica nei confronti dell’arte delle avanguardie: etichettandola come “degenerata”, sia gli artisti sia i collezionisti di quell’arte provocatoria e destabilizzante erano considerabili alla stregua dei malati di mente, quindi passibili di purghe ed epurazioni. Un effetto collaterale, certamente non previsto e non desiderato, fu quello di diffondere i linguaggi delle avanguardie verso larghi strati di pubblico, sensibilizzando i più attenti verso il linguaggio della modernità. 


In questo momento Peggy si trasferisce a Parigi e vi trascorre due anni, dal ‘39 fino al ’41, e lì continua, imperterrita e noncurante di questo clima, la sua opera di mecenatismo verso gli artisti viventi. In un paese che sta per essere invaso dalle armate del Reich, lei, americana, di fatto possiede una delle collezioni più ampie e importanti di “arte degenerata”. Non accenna a fuggire da Parigi nemmeno quando i nazisti invadono la Polonia, incauta e sottostimando il pericolo, forse perché troppo presa da un’avventura galante.

Finalmente, presa coscienza dell’avanzata inarrestabile dei nazisti, Peggy propone al Louvre di accettare in dono la sua preziosa collezione, per metterla in salvo dalla furia della guerra. La direzione del Museo però rifiuta l’offerta perché considera le opere troppo moderne per il proprio profilo patrimoniale. In qualche modo Peggy riesce a organizzare l’imballaggio e il trasferimento al sicuro di tutta la sua collezione in un castello a Grenoble.
Infine, giusto in tempo, nel 1942 riesce a fuggire in America, portando con sé e salvando la vita ad alcuni artisti ebrei, tra i quali Max Ernst, all’epoca suo amante e che diventerà subito il suo secondo marito. Prende residenza a New York e apre una nuova galleria, Art of This Century. È in questo periodo che scopre il talento di Jackson Pollock.
L’incostanza del suo carattere emerge in questo periodo americano e prende la forma di una malinconia latente che presto si trasforma in un richiamo irresistibile verso l’Europa. Peggy giudica che il suo spirito sia più a suo agio nel vecchio continente, immaginato come la sua personale frontiera da conquistare.

Il suo rientro in Europa è celebrato con l’invito a esporre la sua collezione alla Biennale di Venezia del 1948, evento culturale di risonanza mondiale. Nell’allestimento dell’esposizione è affiancata da critici e artisti quali Giuseppe Marchioro e Alberto Viviani, Emilio Vedova e Giuseppe Santomaso, tutti uniti nel sentire nella Biennale un necessario riscatto dell’Italia dopo i trascorsi della politici dittatura e le conseguenze devastanti della guerra.
L’evento è clamoroso: per la prima volta vengono esposti in Italia gli impressionisti e post-impressionisti, da Monet a Van Gogh, da Cezanne a Degas, e poi Picasso, Chagall, Dalì, Kandinsy, Klee, Margritte, Mirò e Mondrian. Una specie di rivoluzione copernicana per il clima artistico italiano dato che moltissimi di questi autori erano pressoché sconosciuti in Italia. Diventa una Biennale memorabile. E la collezione di Peggy Gugghenheim ricevette gli onori tributati a una nazione, quasi sostituisse l’America.
Per diffondere la modernità in tutta la penisola, la collezione viene esposta a Firenze, accolta dall’entusiastica critica di Carlo Ludovico Ragghianti, e a Milano viene allestita una mostra a Palazzo Reale. Probabilmente in questo momento, nell’animo di Peggy, si fa strada l’idea di creare un suo museo, per diffondere il gusto dell’arte contemporanea, e per questo, in controtendenza con la moda degli ricchi americani di alloggiare nei grandi alberghi, Peggy vuole comprarsi una casa da arredare con la sua collezione, per renderla una casa museo.
La scelta del luogo è scontata: Venezia, la città che per Peggy è uno dei tanti amori, forse il più duraturo, il paradiso dove porre fine felicemente al suo nomadismo inquieto.


Venezia occupa tutto lo spazio del tuo cuore al punto che non resta più posto per altro,
 scrive innamorata.
Nel 1949 acquista Palazzo Venier dei Leoni sul Canal Grande, il più bizzarro edificio della storia di Venezia, che nella sua vita, ha visto stravaganze ben maggiori di quelle che lo attendono. Nello stesso palazzo infatti, negli anni ‘20 e  ’30, aveva soggiornato anche Luisa Casati Stampa, e nei giardini la Divina Marchesa aveva inscenato le sue “bizzarrie veneziane” tra animali esotici e stilisti alla moda.
Il suo amore per la città si manifesta con l’offerta al Comune della sua collezione d’arte. In preda alla miopia il Comune si lascia sfuggire questa grande opportunità per l’arte contemporanea. Non rassegnandosi, e volendo eternare il proprio nome nella memoria del tempo, Peggy offre la collezione alla Fondazione Guggenheim dello zio Solomon, ponendo tre condizioni: che resti intatta, che sia perpetuamente legata al suo nome, e che rimanga nella sua casa di Venezia. Il quotidiano The Nation definisce la scelta di non far rientrare la collezione in patria “una grave perdita per l’arte contemporanea americana.”


Peggy si insedia a Venezia come una regina, un’ultima indipendente e fatale dogaressa, tuttavia si distingue proprio per amare la città più che i suoi abitanti.
Il Palazzo, prima di diventare un vero e proprio museo, veniva aperto tre volte la settimana per far vedere la collezione, ma ben presto i visitatori non si limitavano alle zone pubbliche, spesso sconfinano nelle stanze private, senza riguardo per la privacy dei padroni di casa. 
Gli ospiti della casa, al contrario, erano molto selezionati: in prevalenza stranieri delle tre nazioni che avevano ospitato le sue gallerie. Aveva anche una piccola cerchia di amici veneziani, tra cui Alvise Zorzi, Giuseppe Santomaso, e Carlo Scarpa.
Palazzo Venier dei Leoni diventa una specie di feudo extraterritoriale dove gli americani incontravano altri americani per parlare americano, e sentirsi a casa. Passano vip di ogni genere: da Truman Capote ad Alberto Giacometti. Era di casa anche all’Harris Bar, gestito da uno dei suoi più cari amici, Cipriani, che bonariamente la definiva “rustega”. Sembra che a un tavolo di quel mitico Bar Peggy abbia redatto il proprio testamento, con Cipriani come testimone.
Per trent’anni Peggy celebra se stessa con feste indimenticabili, per dimenticare i frequenti periodi di solitudine profonda. 
Nel 1962 le viene conferita la cittadinanza onoraria, ratificando un atto dovuto, un onore inteso da Peggy come un diritto acquisito di fatto dalla sua permanenza in città ormai da oltre quindici anni. Ma lei era divenuta veneziana anche negli spostamenti: amava girare per la città per le vie d’acqua, con il motoscafo oppure con la gondola. Quando nel 1979 muore, le sue ceneri sono interrate accanto ai suoi amatissimi cagnolini, nel giardino della sua casa museo.


La patronessa dell’arte del Novecento attraversa il secolo e lo incarna in due ruoli diversi: nella prima parte metà del secolo impazza nelle cronache mondane con le sue stranezze come femme fatale; nella seconda metà impersona la matura signora delle Avanguardie che si ritaglia un ruolo nella Storia come pochi altri collezionisti seppero fare.  
Nelle sue scelte si percepiscono nitidamente la consapevolezza della responsabilità del proprio ruolo di guida del gusto artistico del tempo, l’acutezza di dare ascolto a critici di fiducia e, sopra ogni altra, l’intento di costruirsi un’epopea personale tutta proiettata nel futuro, per sanare il peccato originale, insanabile per ogni americano, ossia l’assenza di un passato altrettanto riconosciuto.

Il suo retaggio in una massima:  

Considero mio dovere proteggere l’arte del mio tempo.


Peggy Guggenheim, la signora delle Avanguardie  (New York, 26 agosto 1898 – Camposampiero, 23 dicembre 1979)

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Martedì 12 aprile 2016 ore 21.00
“Peggy Guggenheim: Art Addict” (2015)
regia di Lisa Immordino Vreeland, Introduzione al film.
Cinema Primavera – Vicenza 

Per saperne di più:
I. Prandin, Peggy Guggenheim, in Profili veneziani del Novecento, a cura di G. Distefano, L. Pietrangoli, Venezia 2002, pp. 29-59.
Guggenheim-venice.it
Peggy Guggenheim: Art addict – film 2015


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